Ozon, Bigelow, Van Sant: tris d’assi. Speranze alte. Non deluse. Di sicuro la migliore giornata di questa edizione. E probabilmente non solo.
François Ozon è un regista tra i più eclettici e prolifici in circolazione. Sa prendersi dei rischi, raramente non è convincente. E trasportando sullo schermo uno dei capolavori della letteratura del Novecento, il pericolo era elevato. Ci aveva provato anche Visconti quasi 60 anni fa, non tra le sue cose migliori. “L’étranger” di Camus è considerato testo fondamentale dell’esistenzialismo, con un protagonista che affronta la vita (e la morte) apparentemente senza tradire emozioni, nemmeno davanti alla scomparsa della madre, con la quale si apre il libro, con le prime due righe già manifesto di un pensiero. Ozon ritrova il bianco e nero come ai tempi di “Frantz” e la scelta sembra conferire una profondità maggiore allo smarrimento del protagonista e alla mancanza di senso di azioni e congetture. Se la narrazione segue fedelmente lo sviluppo del romanzo, se l’ambientazione riflette quella ambiguità del tempo (siamo nell’Algeria ancora francese), il film vive di quella sospensione necessaria all’introspezione elusiva, che ne accompagna tutta la prima parte fino al delitto, che il pubblico più giovane potrebbe scambiare per lentezza. Invece Ozon cattura abilmente la percezione di una tendenza esistenziale, concedendosi qualche siparietto più vivace nella fase processuale, fino al dialogo con il prete (il momento più alto del film) e a quell’immaginifica scena del patibolo con la madre. Non privo di qualche dettaglio omosessuale e incline talvolta a un’estetizzazione compiaciuta, Ozon trova Meursault in Benjamin Voisin, dall’inafferrabile bellezza quasi genetiana (specie nelle scene della prigione), che dona al personaggio quell’imperturbabile atteggiamento anaffettivo con se stesso e il mondo. Voto: 7.5.













