A chiudere la grande estate di Donald Trump – tra dazi, missili, negoziati, licenziamenti, legge di bilancio, avvantaggiato dall’inconsistenza dei democratici, dal Congresso che sta dalla sua e con la Corte Suprema in vacanza – vorrebbe essere Xi Jinping, che ha riunito nella città di Tianjin, nella Cina settentrionale, sulle rive del Mar di Bohai, i leader dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco).
Vladimir Putin e Narendra Modi si tenevano per mano e ridacchiavano mentre camminavano fianco a fianco e andavano incontro al leader cinese. Affinità petrolifere: Cina e India sono di gran lunga i maggiori acquirenti di greggio dalla Russia, che è secondo esportatore mondiale. Trump ha imposto tariffe del 50% sui beni importati negli Usa da Nuova Delhi, ma per ora Modi non accenna a smettere di acquistare petrolio russo, fondamentale per sostenere la macchina bellica del Cremlino. Inoltre, e sarebbe stato impensabile fino a pochi mesi fa, Modi ha stretto la mano a Xi quasi raggiante, dopo sette anni in cui non ha mai messo piede sul suolo cinese: alle spalle (e non ancora dimenticati) gli scontri del 2020 lungo il confine conteso e l’aiuto militare di Pechino al rivale storico, il Pakistan.











