Roma, 2 set. (askanews) – “Il Pd ha smarrito le ragioni originarie della sua nascita: essere un partito dei territori e delle autonomie; essere radicato nella società, portatore di un programma riformatore serio. Si è presentato a volte come il peggio del centralismo democratico e del correntismo doroteo”. Il severo giudizio è di Vincenzo De Luca, presidente ormai a fine mandato della Regione Campania, che in occasione dell’uscita del suo libro “La sfida” ha concesso una intervista al Corriere della sera. “Si è immaginato – ha aggiunto – un profilo radicale per riprendere respiro ma questo ovviamente non basta: occorre riprendere un rapporto con il mondo cattolico e le sue sensibilità, con l’insieme del movimento sindacale; occorre assumere il tema della sburocratizzazione come un tema decisivo; occorre parlare al mondo del commercio, dell’artigianato delle partite Iva etc. C’è da fare, o da rilanciare, il lavoro per dare vita a una grande forza riformista moderna, in grado di parlare alla maggioranza del popolo italiano, oltre che al nostro insediamento sociale tradizionale”.
Alla domanda se il suo accordo con la segretaria dem, Elly Schlein, per l’ascesa di suo figlio Piero De Luca alla segreteria regionale del Pd campano, non possa essere un fattore che allontana i cittadini dalla politica, il ‘governatore’ uscente ha replicato: “Ma non vorrà mica caricare sulla testa di Piero il crollo della partecipazione nei Paesi democratici?! Colgo l’occasione per dire con chiarezza e con tutto il disprezzo di cui sono capace che questa vicenda esprime al meglio il livello di volgarità, di cafoneria, di inciviltà presente in un Paese nel quale possono fare quello che vogliono, fianco a fianco, mogli e mariti, sorelle e sorelle, fratelli e fratelli, padri e figli, tranne chi porta il mio cognome. Piero ha deciso molto tempo fa di fare ‘l’emigrante’, per essere libero, andando a lavorare, per 11 anni, presso la Corte di Giustizia in Lussemburgo; è vincitore di concorso per docente universitario; ha scritto libri di Diritto comunitario. Non ha bisogno di vivere di politica, può dedicarsi a un’attività professionale più redditizia e gratificante: avrà pure la possibilità di vedere rispettati i suoi diritti costituzionali e di essere valutato in quanto persona dopo 25 anni di militanza?”.












