È passata del tutto inosservata, nella teoria di celebrazioni dei tanti ottantesimi della seconda guerra mondiale, la ricorrenza del Processo ai Sedici «banditi fascisti polacchi travestiti da democratici (...) al servizio di Hitler». Era questo il modo sprezzante e ovviamente falso con cui venivano definiti in aula i patrioti polacchi accusati di aver «diffamato l’Armata Rossa» che aveva «liberato la Polonia» definendola «nuova occupazione», di spionaggio e di attività antisovietica.
I sedici leader anticomunisti erano stati tutti attirati con l’inganno e arrestati dall’Nkvd, nel più ampio piano di Stalin di distruggere ogni forma di opposizione politica al nuovo ordine comunista.
La personalità più nota era il generale Leopold Okulicki, ultimo comandante dell’Esercito nazionale polacco (Armia Krajowa), emanazione del Governo polacco in esilio a Londra, i cui componenti erano stati fucilati, arrestati e deportati ovunque fossero arrivate le truppe sovietiche. Okulicki e il delegato del governo a Varsavia Jan Jankowicz il 27 marzo del 1945 erano stati convocati dal comandante di piazza sovietico il quale affabilmente, in precedenza, aveva promesso un volo per Londra per consultazioni, nell’ambito degli incontri preliminari finalizzati alla nascita del Governo provvisorio di unità nazionale.






