Quindici anni fa ebbe grandi attenzioni e apprezzamenti un libretto che si chiamava “Indignatevi!”. Lo aveva scritto un allora 93enne francese (che morì due anni dopo), Stéphane Hessel, ed ebbe simili successi in Francia e in Italia: da noi se ne scrisse e se ne parlò molto, pure in tv.
Fu una specie di apice della curva della promozione dell’indignazione: una promozione ingenua e sventata, a guardarla oggi (per alcuni di noi, anche a guardarla allora e prima di allora). Al contrario di quello che tuttora dice la casa editrice che lo pubblicò in Italia – “l’indignazione è il primo passo per un vero risveglio delle coscienze” -, l’indignazione è infatti diventata allo stesso tempo un alibi sterilizzante delle coscienze, un vanitoso e quotidiano strumento di affermazione di sé, e un utensile quotidiano della peggiore propaganda politica in cerca di consenso. Secoli di storia di grandi e piccoli agitatori che saziano i popoli di indignazione non hanno insegnato niente a noi popoli. Sui social network tutto è indignazione, verso cose di ogni scala; i media promuovono indignazione per ottenere attenzioni, sapendo bene che la nostra indignazione deve essere nutrita continuamente, altrimenti non esistiamo: saremmo da meno; i leader politici aizzano indignazioni per suggerire ai propri pubblici di condividere qualcosa con loro, qualcosa che non sono più le ragioni dell’indignazione ma l’indignazione stessa. Hessel avrà avuto buone intenzioni, ma il suo “Indignatevi!” è diventato un fine invece che il mezzo. Le coscienze sveglie si rigirano rabbiose nel letto e scrivono indignazioni sui social.






