Parola di straordinario successo, indignazione compare milioni di volte in ogni ricerca, ma questa folla di citazioni non riesce a nascondere il suo progressivo declino: ne parliamo molto ma non ci indigniamo più.
Un sentimento inquieto. Sì, possiamo definire l’indignazione un sentimento, “Stato dell’animo indignato – scrive il dizionario Treccani - risentimento vivo soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale”, “provocato – specifica il Grande dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro - da ciò che si considera riprovevole, immorale o sconveniente”. È parente povera del più nobile sdegno, con cui condivide la ripulsa per tutto ciò che che non è degno.
Origine storica. Siamo di fronte ad una parola che abbiamo ereditato dal latino indignari, da indignus non degno, con una forte connotazione negativa. Alcuni anni fa in un articolo ripreso dall’Accademia della Crusca, la linguista Maria Cristina Torchia, segnalava: “sia l’aggettivo degno che il nome dignità fanno parte dell’italiano fin dalle origini: li troviamo entrambi registrati nel TLIO, il Tesoro della lingua italiana delle origini, documentati in testi molto antichi. Una delle prime attestazioni dell’aggettivo degno è in un verso del Cantico di Frate Sole (1224 circa: Ad te solo, Altissimo, se konfano, / et nullu homo ène dignu te mentovare), mentre la parola dignità (anche nelle varianti dignitate, dignitade, e altre ancora) compare in testi perfino precedenti, come il Ritmo su sant’Alessio della seconda metà del XII secolo”.







