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Ultimo aggiornamento: 7:55

Ad ogni fine estate, in preparazione della legge di bilancio, assistiamo al risveglio del Minotauro del populismo fiscale. Anche il 2025 non sembra fare eccezione. La richiesta del ceto politico, succube della bestia populista, è sempre la stessa: adoperare la finanza pubblica, in particolare il debito pubblico, per catturare e consolidare il consenso elettorale.

Non importa che oramai il nostro debito pubblico sia saldamente il secondo al mondo tra i paesi industrializzati (salito con Meloni al 138% del Pil) e nemmeno che dobbiamo rispettare le clausole restrittive del nuovo Patto di Stabilità. Qualcosa bisogna dare in pasto all’orribile bestia per saziarne l’appetito. Ogni tanto il ministro del Mef, Giorgetti-don Abbondio, interviene per dire la sua e invitare alla prudenza, ma viene subito zittito in malo modo dai Tajani di turno.

Le voci dove reperire le risorse per soddisfare il Minotauro sono sempre le stesse, cambiando un poco l’intensità. Quest’anno il dibattito iniziale si sta concentrando sulle pensioni e sul taglio dell’Irpef. Ma qualcos’altro verrà senza dubbio fuori, come l’idea riminese della premier Meloni del piano casa, surrogato aggiornato del Superbonus edilizio grillino. Anche quest’anno nulla di nuovo dunque, anche se ogni intervento diventa più pericoloso perché si parte da una posizione sempre più precaria.