Formidabili questi dieci anni. L’8 settembre 2015, alla 72ª Mostra di Venezia arrivò, fuori concorso, Non essere cattivo di Claudio Caligari. La prima volta sul set di Emanuela Fanelli, in un ruolo piccolo ma leggendario, la “prima smandrappata”. In questa 82ª edizione è stata chiamata dal presidente di Biennale Pietrangelo Buttafuoco e dal direttore della Mostra Alberto Barbera («Non erano insieme in viva voce», scherza) per un ruolo delicato: conduttrice delle cerimonie di aperture e chiusura. «Spero di non imbarazzare il mio Paese, pensa che delirio di onnipotenza», mette le mani avanti in nome del “metodo Fanelli”: giocare d’anticipo, spararsi addosso prima che lo facciano altri. Disarmare.

Il primo film non si scorda mai. Meno che mai nel caso di un’esperienza come quella. Il film che lanciò Luca Marinelli e Alessandro Borghi, portato a termine, dopo la scomparsa di Caligari, dalla cordata di amici animata da Valerio Mastandrea.

«È stato proprio il primo della vita. Fino ad allora avevo lavorato sempre in teatro. Non solo il primo set ma anche il primo provino. Caligari lo conoscevo ovviamente artisticamente ma non di persona. Federica Remotti, che poi mi avrebbe preso nella sua agenzia, mi aveva visto in un locale dove leggevo pezzi miei. Mi arrivò la proposta del provino: il mio ingresso nel cinema italiano. Non avevo neanche idea di come si facesse un provino. Ha significato tantissimo quel film. I protagonisti erano Alessandro e Luca con Silvia D’Amico e Roberta Mattei. Quel set è stato diverso da tutti gli altri che ho frequentato, seppur bellissimi. C’era un clima diverso, tutti lavoravano affinché quella che già si sapeva sarebbe stata l’ultima opera di Claudio potesse venire alla luce nel migliore dei modi».