È un afoso pomeriggio estivo del 1745. Siamo in un palazzo veneziano elegante ma non sfarzoso, nel sestiere di Dorsoduro, affacciato sul Canal Grande. Una donna di circa settant’anni guarda fuori dalla finestra. Le gondole sono per lei delle ombre scure che attraversano il Canale, le bellissime case della città lagunare sono ridotte a sagome color avorio, le figure che passeggiano per le calli sembrano piccoli fantasmi nebbiosi. Gli occhi della donna sono appesantiti da cataratte, sa bene che di lì a poco non ci vedrà più. E allora accelera il lavoro che stava ultimando, pastello grasso su carta spessa e solida. Non fa sconti al suo autoritratto: dipinge un primo piano crudo, un volto dove il tempo ha scavato solchi e indurito la mascella mascolina, una testa ingrigita e con i capelli radi, ma è una testa coronata dall’alloro, unica concessione a un sottile autocompiacimento.