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Roberta Scorranese

«Donna in blu che legge una lettera», databile al 1663 circa, sarà esposto fino all’11 ottobre nel Palazzo Barberini di Roma

C’è una donna in piedi, ha un abito largo azzurro, forse nasconde una pancia gravida, forse no. È assorta nella lettura di una lettera, le labbra dischiuse come in una sillabazione inascoltata. Tutto il mondo si ferma negli interni di Johannes Vermeer, come se l’intera storia del mondo si riducesse a un fotogramma composto di poche cose essenziali: una figura umana, una stanza inondata di luce, spesso – come in questo caso – una mappa o una cartografia.

È il codice con il quale il maestro di Delft ci ipnotizza e non è un verbo usato a caso. Una ricerca indipendente condotta per conto del Museo Mauritshuis de L’Aia (quello che conserva il suo dipinto più famoso, Ragazza con turbante o Ragazza con l’orecchino di perla) ha stabilito che focalizzandosi su alcuni precisi elementi (un occhio, un colore, un orecchino) la pittura di Vermeer agisce al pari di un incantesimo. Lo sapeva Proust, che nella Recherche fa morire lo scrittore Bergotte davanti a una veduta di Delft dipinta da Vermeer e definita «il dipinto più bello del mondo».