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Giovedì è finito a Hong Kong il processo in cui è imputato Jimmy Lai, imprenditore dei media e attivista per la democrazia. È stato un processo molto seguito anche all’estero, perché rappresenta in modo evidente l’erosione delle libertà civili di Hong Kong e dell’autonomia del suo sistema giudiziario dalla Cina. Lai inoltre negli ultimi anni è diventato noto a livello internazionale per il suo sostegno e la sua partecipazione alle proteste a favore della democrazia.
La sentenza arriverà nelle prossime settimane o nei prossimi mesi: non c’è una data precisa, ma sembra abbastanza scontato che verrà condannato, come succede quasi sempre nei casi che riguardano la cosiddetta “sicurezza nazionale”. Lai è accusato di «cospirazione per colludere con forze straniere», ossia di aver cospirato contro il governo cinese perché avrebbe chiesto agli Stati Uniti e al Regno Unito di imporre sanzioni contro la Cina. È anche accusato di aver contribuito all’organizzazione delle grandi proteste per la democrazia del 2019.
Lai ha 77 anni e può essere condannato all’ergastolo, ma il suo futuro dopo la sentenza verrà probabilmente deciso a livello diplomatico. Donald Trump e la sua amministrazione hanno più volte detto di voler «fare tutto il possibile» per farlo uscire di prigione. Dipenderà da quanto il governo cinese ritenga utile o accettabile inserirlo nelle molte trattative aperte con gli Stati Uniti.









