Colpevole di collusione con forze straniere e di sedizione. L’Alta Corte di Hong Kong conferma tutte le accuse contro Jimmy Lai, il 78enne ex editore dell’ormai defunto quotidiano Apple Daily, giornale simbolo della resistenza democratica nell’ex colonia britannica all’abbraccio sempre più stretto di Pechino. Un verdetto che potrebbe costargli l’ergastolo. La sentenza per Lai, che si trova in carcere già da cinque anni, arriverà in un secondo momento. Il tribunale ha fissato quattro giorni per l'udienza sulla sentenza a partire dal 12 gennaio, sentenza che sarà poi annunciata “il prima possibile”, come ha affermato Esther Toh, uno dei tre giudici di questo processo. Lai potrà fare appello.

Lai è stato riconosciuto colpevole di tutte e tre le accuse per le quali era sotto processo: una per “cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso” e altre due per “collusione con forze straniere”. In un'aula affollata, il tycoon ha ascoltato, impassibile, il verdetto. In aula presente anche la moglie di Jimmy Lai, Teresa, arrivata in tribunale insieme al cardinale Joseph Zen.

I giudici avevano già sostenuto nelle udienze passate che Lai avesse usato il suo giornale - chiuso nel 2021 dopo i raid della polizia, il congelamento dei beni e l’arresto dei principali redattori - come piattaforma per “incoraggiare l'opposizione al governo” e “colludere con l’estero”. Venne accusato di aver invitato gli Stati Uniti e altri Paesi a imporre sanzioni o a intraprendere “altre attività ostili” contro la Cina e Hong Kong, in risposta alla repressione del movimento pro-democrazia. Durante l'apice delle proteste del 2019 a Hong Kong, Lai volò a Washington dove incontrò l'allora vicepresidente Mike Pence, il segretario di Stato Mike Pompeo e la presidente della Camera Nancy Pelosi. Quegli incontri, secondo l’accusa, sono una prova della collusione. Lai sostenne di aver partecipato a quegli incontri solo per “riferire” gli eventi che si stavano verificando in città. La Cina lo ritiene la mente delle proteste di sei anni fa.