Jimmy Lai è stato dichiarato colpevole di "collusione con forze straniere" e di "sedizione" nel processo di maggior livello tenuto finora a Hong Kong in forza della legge draconiana sulla sicurezza nazionale.

L'ex magnate dell'editoria pro-democrazia, 78 anni appena compiuti, ha ascoltato il verdetto dei giudici Alex Lee, Esther Toh e Susana D'Almada Remedios dell'Alta Corte di West Kowloon, impassabile e a braccia conserte, senza parlare con indosso un cardigan verde chiaro e una giacca grigia. Un responso già scritto, studiato come un monito, che apre allo scenario della pena massima dell'ergastolo, con la condanna che sarà emessa in un secondo momento, pur essendo praticabile l'impugnazione in appello. "Con la condanna di Lai, ci sono ancora più motivi per credere che, sotto la protezione della legge sulla sicurezza nazionale, chiunque tenti di fare affidamento su forze straniere o di ripercorrere il percorso anti-cinese di Lai dovrà affrontare tutta la forza della legge. La marcia dalla stabilità alla prosperità è una tendenza inarrestabile" per Hong Kong, ha tuonato in un editoriale il Global Times, il tabloid del Quotidiano del Popolo.

"Una persecuzione politica", secondo la Gran Bretagna. Mentre al governo di Keir Starmer, che è atteso a Pechino a fine gennaio, il figlio del tycoon Sebastien, in una conferenza stampa a Londra ha chiesto di "fare di più" per ottenere dalla Cina e dalle autorità di Hong Kong la liberazione di suo padre, alle prese con una salute precaria e in isolamento da oltre 1.800 giorni. Lai è stato ritenuto responsabile di due capi d'imputazione per cospirazione con forze straniere, secondo la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino a giugno del 2020 dopo le manifestazioni di massa pro-democrazia del 2019, e di un terzo capo per sedizione, in base alle norme dell'era coloniale britannica.