C’è ancora resistenza, quasi paura, nella moda, alto di gamma compreso, a usare la parola crisi. Ma il calo di vendite di abiti e accessori è innegabile e non è più attribuibile “solo” a un crescente divario tra disponibilità economiche dei consumatori e/o stipendi che non crescono al ritmo dell’inflazione, o agli aumenti dei prezzi decisi da alcuni marchi, a loro volta alle prese con rincari di materie prime, logistica e affitti dei negozi.

Ogni brand è un caso a sè, almeno in parte

Le ragioni del calo di vendite sono tante e per ogni brand il mix e il peso di questi fattori è diverso. Per i clienti più giovani – ma non solo – c’è un cambio di priorità: per loro vestirsi è necessario e divertente, però i costi sociali e ambientali vanno limitati. La narrazione – frettolosa – dell’industria della moda come seconda più inquinante al mondo non ha aiutato. L’altro grande rischio l’ha ribadito Claudio Marenzi, già presidente di Sistema moda Italia, Confindustria Moda e Pitti Immagine, in una recente intervista a Maria Silvia Sacchi sul suo sito The Platform: le pratiche scorrette della filiera che hanno portato la Procura di Milano ad aprire indagini su diverse aziende, da Armani a Dior e Loro Piana (si veda Il Sole 24 Ore del 29 luglio), minano il rapporto di fiducia con i consumatori. Da una parte si rafforza l’opinione di chi già era convinto che, nella moda e nel lusso, i ricarichi fossero esagerati; dall’altra si penalizza il lavoro onesto della gran parte delle aziende della filiera italiana e si mette in discussione il ruolo stesso della moda, che invece può essere una parte importante delle nostre vite, perché ci permette di raccontare qualcosa di noi.