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Ultimo aggiornamento: 18:48
In Italia le medaglie, di solito, finiscono appuntate sul petto di cantanti da festival o direttori d’orchestra in smoking. È per questo che ha colpito molto, lo scorso anno, quando il presidente Sergio Mattarella quando ha deciso di premiare col titolo di Cavaliere della Repubblica un uomo che lo smoking non lo ha mai indossato. Si chiama Fabrizio Poggi, ha 67 anni e da più di quattro decenni soffia dentro un’armonica come fosse l’unica lingua rimasta per dire quello che ha dentro.
La notizia ha fatto sorridere chi lo conosce: il blues, nato tra piantagioni e bassifondi, è entrato a Palazzo (del Quirinale). Un paradosso, certo. Ma anche una sorta di giustizia, questa volta però scattata in ritardo. Eppure Poggi non ha mai suonato per mostrare, ma – parole sue – “per restare vivo”. E quando gli chiedi che effetto gli faccia essere diventato Cavaliere della Repubblica, lui scuote la testa: “Non io. È l’armonica a essere stata nominata Cavaliere”. Non è modestia di circostanza. È che i titoli, lui, non li ha mai inseguiti.
Il suo percorso è una mappa disseminata di incontri e riconoscimenti: una nomination ai Blues Music Awards di Memphis, gli Oscar del blues, competendo persino con i Rolling Stones, dischi in compagnia di Guy Davis, tournée ovunque ci fosse un palco. Negli Stati Uniti lo conoscono, lo rispettano, lo ascoltano. È il bluesman italiano più noto oltreoceano. Ma non è mai diventato una star. E la verità è che non gli interessa: Poggi non ha mai recitato la parte del bluesman.






