Associazione per delinquere, riduzione in schiavitù, sequestro di persona a scopo di estorsione e violenza sessuale di gruppo. Tutto con l’aggravante della transnazionalità, previsto dall’articolo 61-bis del Codice penale. Partendo da queste accuse, supportate da gravi indizi, la Corte di Cassazione (sentenza 29841/2025) ha confermato le misure cautelari in carcere nei confronti di un cittadino del Bangladesh, arrestato dalla squadra mobile di Ragusa, a dicembre scorso, su delega della Direzione distrettuale antimafia di Catania, come sospetto torturatore in un centro di raccolta libico. A inchiodarlo alle sue responsabilità una delle vittime delle violenze che lo aveva riconosciuto nel centro di Pozzallo.
La vicenda
I giudici hanno potuto ricostruire il sistema che portava i cittadini, nel caso specifico del Bangladesh, ad arrivare in Italia dopo un “passaggio” in Libia, grazie a un network criminale. La vittima aveva pagato, con circa 3000 euro, un soggetto in Bangladesh per organizzare un viaggio in Libia finalizzato a trovargli un lavoro in Italia. L’approdo era stato a Zuara, un centro di raccolta dove erano detenute 600 persone. Lì la donna, della stessa nazionalità dell’indagato ,era rimasta tre mesi, durante i quali era stata violentata da più persone, picchiata e torturata.






