Che un governo aumenti le libertà di scelta individuali è (nella maggior parte dei casi) cosa buona e giusta. È quindi comprensibile che tutti vogliano – tra le altre cose – maggiore libertà di scelta anche in campo pensionistico, dove la libertà viene pudicamente chiamata «flessibilità».
Il sistema previdenziale è pubblico anche se, ovviamente, nessuno vieta ai cittadini che ne hanno i mezzi di aderire a un fondo pensione o di comprarsi una pensione privata. È però lo Stato che fissa le regole: stabilisce non solo l’obbligatorietà della partecipazione (e quindi l’alternativa privata può essere solo “integrativa”) ma anche la “aliquota contributiva”, ossia quale percentuale di salario lordo o di reddito da lavoro autonomo deve essere versata all’Inps. Lo Stato fissa anche l’età di pensionamento (solitamente distinta tra anticipata e ordinaria), il numero minimo di anni di contribuzione e la formula per il calcolo della pensione e delle sue variazioni nel tempo (e quindi l’indicizzazione ai prezzi).
Non basta ancora: lo Stato decide anche le modalità di finanziamento della spesa: non solo in Italia, ma in tutta Europa esso non deriva dall’accumulazione e dall’impiego finanziario dei contributi. Appena versati, infatti, i contributi vengono destinati al pagamento delle pensioni in corso; un contratto tra generazioni che funziona benissimo quando c’è crescita economica e occupazionale ma che oggi le proiezioni demografiche e la produttività stagnante mettono a repentaglio, con il forte incremento degli anziani rispetto alle coorti in età da lavoro.












