L’altra sera l’Inter ha stravinto 5-0 contro il Toro. Partitona. San Siro era ben pieno. I dati ufficiali dicono che sugli spalti campeggiavano 72332 spettatori. In realtà ce n’erano un po’ meno, ché una quintalata di abbonati è legittimamente ancora al mare o in montagna. Mancavano anche gli ultrà, quelli della Nord, rimasti al Baretto in segno di protesta. Un comunicato chiariva i motivi: «...ci troviamo costretti ad affrontare un’altra annata all’insegna di abusi, divieti e restrizioni e quindi resteremo fuori». Nonostante tutto la curva era piuttosto satura perché nessuno è stato obbligato a disertare ma, certo, l’effetto scenico si è fatto vedere (zero bandiere o striscioni) e sentire (niente cori). La stessa cosa è capitata sabato in occasione di Milan-Cremonese, ma in Curva Sud: silenzio generale e tifosi avversari che spadroneggiano.
L’effetto è inedito, spiazzante, a tratti avvilente: in un caso i supporter grigiorossi che impongono la loro gioia, dall’altro i granata che inneggiano contro la proprietà. In entrambi i casi risultano padroni a domicilio. Questa faccenda - già consuetudine a Torino, sponda Juve- ora è diventata questione anche milanese e i motivi ben li conosciamo: i disastri gestionali di pochi (ultras ben presto finiti nelle pagine di cronaca nera) sono diventati problema generale sotto forma di “imposizioni di massa”: niente vessilli, bandiere, striscioni e, soprattutto, niente abbonamenti per gli iscritti - loro malgrado - alle cosiddette black list, le liste che comprendono amici degli amici, ex daspati, ma anche semplici frequentatori della curva incensurati e però poco graditi alla procura che ha imposto il “fuori dalle balle” (al massimo ci si può abbonare in altri settori) e, al momento, non ha dato spiegazioni. O meglio, ha provato ad avvisare lor signori nel corso degli anni secondo l’assunto «Non tirate troppo la corda che poi si spezza» fino a quando la corda si è spezzata.






