Il famigerato disallineamento tra domanda e offerta di lavoro si è manifestato dall’indomani della pandemia, quando l’economia avviava una ripresa record e un ciclo “eccezionale”, che permetteva di conseguire una disoccupazione ai minimi dal 2008 e un tasso di vacancies ai massimi storici.
Oggi, il fenomeno è per lo meno più chiaro. Il mismatch si manifesta principalmente attraverso tre dimensioni interconnesse; ossia, in relazione a qualifiche e istruzione; in relazione alla transizione demografica, che genera un passivo tra ingressi e uscite dal mercato del lavoro; infine, sotto il profilo geografico: lavoro e potenziali lavoratori sovente sono distanti. In sintesi, il mercato del lavoro è alle prese con un riassetto post-pandemico, in cui distorsioni strutturali sono emerse sotto la pressione della crescita.
Per affrontare il paradosso di una simultanea insoddisfazione sia della domanda sia dell’offerta le famigerate politiche attive del lavoro rappresentano, sempre più, un aspetto cruciale delle politiche industriali.
Storiche lacune, e l’esperienza degli anni più recenti, offrono alcuni spunti per intravvedere aspetti dello scenario imminente. Innanzitutto, il Pnrr aveva stanziato risorse proprio per porre soluzione ai difetti di questo settore, mai realmente impiantato in Italia; il cosiddetto “potenziamento”, che doveva rinforzare il segmento pubblico del comparto, non ha dato i ritorni sperati. E questo perché le misure hanno condotto al reclutamento di figure generiche e non finalizzate; non esisteva e non esiste, infatti, un modello standard di intervento in grado di sviluppare i servizi pubblici in modo da riempire il vuoto che li separa dalle imprese e dai competitor privati. E le sperimentazioni degli anni passati non sono state valorizzate per elevarle a modello e non solo a buone pratiche diffuse a macchia di leopardo nei territori.








