Non arriva da Wall Street, ieri poco mossa per tutta la giornata. E neppure dal dollaro, che ha comunque confermato la sua debolezza cronica. Il grido di allarme per la Federal Reserve “trumpiana”, per quella banca centrale la cui indipendenza è sempre più minacciata da una Casa Bianca che vuole pilotare la politica monetaria a suo favore, arriva dal mercato dei titoli di Stato: attenzione - sembrano gridare i Treasury Usa -, una Fed influenzata eccessivamente dal potere politico rischia di dare slancio all’economia oggi, ma allo stesso tempo di perdere il controllo dell’inflazione domani.
La reazione dei titoli di Stato Usa lancia proprio questo monito: il rischio è che a fronte di benefici (forse) nel breve, si creino problemi enormi nel lungo termine. Per questo i rendimenti dei Treasury a breve scadenza sono scesi ieri (perché sono influenzati dai sempre più probabili tagli dei tassi nel breve termine), mentre i rendimenti dei Treasury a lunga scadenza sono invece saliti (perché scontano un’inflazione fuori controllo in futuro).
Così la differenza tra i rendimenti dei titoli di Stato Usa a due anni e quelli a 30 anni si è allargata ieri fino a 116 punti base. Massimo dal 2021. E anni luce dai circa 50 punti base di gennaio. Possono sembrare solo numeri. Ma non lo sono: sono un grido di allarme per l’attacco sempre più violento all’indipendenza della Federal Reserve.






