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Ultimo aggiornamento: 7:55

In Italia c’è un problema giustizia. Difficile negarlo. Chiunque abbia avuto a che fare con la giustizia dello Stato, quella con la “G” maiuscola, lo potrebbe testimoniare. Oltre i tempi lunghi, talora infiniti, emerge sempre più la sensazione diffusa di un sistema inefficiente nell’accertare i fatti.

Ad ulteriore prova di questa tesi, negli ultimi anni abbiamo assistito all’instaurazione di Commissioni d’inchiesta parlamentare su fatti storici sanguinosi, avvenuti in Italia, dei quali la giustizia di stato aveva reso verdetti inverosimili e talora persino surreali. Quando devono arrivare le inchieste parlamentari a “fare piena luce” su un evento – come disse il Presidente Mattarella per la strage Moby Prince – significa che il sistema giudiziario, almeno su quell’evento, ha fallito. E se ha fallito sarebbe necessario interrogarsi sul perché.

Pochi sanno realmente come la giustizia di Stato arriva a giudicare, in questo paese. In particolare pochissimi hanno consapevolezza di come si arrivi ad accertare un fatto penalmente rilevante, quindi un evento con vittime e loro responsabili per cui la legge prescrive una pena da scontare. Faccio una sintesi for dummies: accade il fatto, arriva un magistrato titolare dell’inchiesta su quanto accaduto, questo ha a disposizione la polizia giudiziaria (Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Vigili Urbani) per fare gli “accertamenti” – quindi acquisire testimonianze, indizi, prove tecniche – e quando la polizia giudiziaria non ha le competenze tecniche per capire qualcosa di specifico, quel magistrato titolare dell’inchiesta nomina dei consulenti tecnici, i Ctpm.