BELLUNO - Si può, o non si può? Alla fine, la domanda è tutta qua, anche se sull'uso delle fototrappole nei boschi e in montagna - forse - sarebbe il caso di fare valutazioni sociali più che giuridiche. Ovvero: perché qualcuno sente l'esigenza di controllare anche luoghi che inviterebbero alla solitudine, come le foreste e l'alta quota? In ogni caso, il discorso sul si può o non si può è piuttosto complesso.

«Si entra nel campo della normativa sulla privacy» spiega il tenente colonnello Riccardo Corbini, comandante del gruppo carabinieri forestali della provincia di Belluno. Di fatto, quindi, l'attività di fototrappolaggio nel bosco o in altre aree naturali a fini di monitoraggio naturalistico è disciplinata dal "Codice in materia di protezione dei dati personali", integrato con le modifiche introdotte dal decreto legislativo 101/2018. A livello comunitario il testo cardine è il Gdpr (General Data Protection Regulation - Regolamento Ue 2016/679). «Quindi, anche le fototrappole installate per motivi naturalistici andrebbero tabellate» continua Corbini. «È obbligatorio segnalarle con un cartello, nella consapevolezza che questo espone al rischio di furti dello strumento. Ma non c'è altro modo». Anche perché chi trasgredisce all'obbligo rischia multe salatissime: si può arrivare fino a decine di migliaia di euro (ci sono state sanzioni amministrative anche di 30 e più mila euro). Poi c'è l'altro risvolto, vale a dire l'utilizzo delle foto. Perché un conto è scattare, un altro è detenere una fotografia. «Spesso gli appassionati di natura e di fauna piazzano fototrappole per vedersi gli animali e i loro passaggi nel bosco» sottolinea il tenente colonnello Corbini. «Magari può capitare che passi davanti all'obiettivo della videocamera anche un fungaiolo, o una persona che va a passeggio. Una foto che l'appassionato naturalista elimina, ovviamente. Ma avere una foto di una persona senza la sua autorizzazione è ovviamente un rischio».