Orfana dei glitter, la cosmetica punta sull’effetto... ciambella glassata. Ecco come nasce un nuovo tormentone di bellezza
di Laura Taccani
Più che un film d’autore, va immaginata come una serie Netflix. La glazed donut skin è quella tendenza che, mettendo insieme skincare e makeup, è riuscita a farci appassionare a un plot che concettualmente poteva sembrare assurdo: desiderare un viso lucido come una ciambella glassata. Trascorsi tre anni dall’esordio è ancora tra le più popolari ed è proprio questa tenuta di gradimento che rende interessante riflettere sul portato simbolico di un look che viene scelto indipendentemente dalle età (piace alle quindicenni come alle over quaranta) e riesce a far passare in secondo piano la componente “appiccicosa” dell’immaginario che evoca.
Serve però fare un passo indietro. Come molte altre mode, quella della pelle con aspetto vetrificato è arrivata dalla Corea, ma è stata poi la modella e imprenditrice Hailey Bieber a compiere il miracolo donut fotografandosi con la glassatissima ciambella accostata al viso nella campagna di comunicazione del suo marchio Rhode, ed evocandone i colori nel pack dei prodotti chiave. Bieber, insomma, ha trasformato qualcosa di decisamente poco healthy e per niente cool (da almeno un trentennio, tra l’altro, emblema del personaggio anti-beauty per eccellenza: Homer Simpson) nella metafora del makeup più replicato. Ne ha fatto il simbolo di una cosmetica rimasta orfana dei glitter – l’avvento dell’era glow/glazed ha coinciso con la normativa che li metteva al bando, a eccezione di quelli biodegradabili – e in più è riuscita ad agganciarsi all’attualissimo tema del marketing sensoriale. Risultato: Rhode è diventato materia da case study (dalle liste d’attesa di oltre 100mila persone per il suo Peptide Glazing Fluid, fino alla recente vendita del brand a Elf per 1 miliardo di dollari) e l’innamoramento per il look glicemico è diventato globale.







