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La scorsa settimana in questa mia rubrica prendevo come spunto il film Bellissima di Luchino Visconti con Anna Magnani. Un lettore mi ha scritto: «La sua riflessione è interessante, ma non la condivido. Il confessionale secondo me è un'esperienza bruttissima: esce sempre e solo il peggio. La Chiesa ha gestito per secoli il potere sulle masse facendo leva sul senso di colpa. Le suggerirei di vedere un altro film: Pasqualino Settebellezze, un capolavoro di Lina Wertmüller del 1975 dove protagonista è il peccato, il male, lo sbagliato. È tragicomico, come confessarsi».

Incuriosito dalla stimolazione, approfittando della calma agostana, sono andato a rivedermelo. Pasqualino Frafuso, soprannominato Settebellezze per la fama di sciupafemmine, è un «chiachiello» degli anni '30 (cioè inaffidabile, capace solo di chiacchierare), cresciuto viziato con madre e sette sorelle, seguace della filosofia di «tirare a campà». Scoprendo Totonno, detto «Diciotto carati», con la sua fidanzata, lo uccide, ma goffamente, perciò il delitto non viene ritenuto d'onore. Il losco suo maestro don Raffaele lo consiglia di disfarsi del cadavere facendolo a pezzi, ma viene scoperto e arrestato. Per evitare la pena capitale, finge l'insanità mentale. Per evitare 12 lunghi anni di manicomio, si arruola in guerra. Per evitare la guerra, diserta e finisce in campo di concentramento. Per evitare un'altra volta di lasciarci la pelle, si lancia nella più complessa seduzione della sua fama di sciupafemmine: quella della grassa brutta comandante nazista, ricordando sua madre che diceva che anche nella più infame delle donne, in fondo al cuore «nu poco e zucchero c'adda stà». Fischiettando e canticchiando la celeberrima A tazza e caffè, Pasqualino riesce a far breccia nel cuore della nazista, che lo libera nominandolo kapò, ma gli dà l'incarico di scegliere sei compagni da mandare a morte. Francesco, che gli è stato vicino, lo smuove contro il «ricatto schifosissimo», ma non ce la fa a tirarsi indietro. L'amico si ribella ai soldati. Inutili i tentativi di Pasqualino di salvarlo. Anzi si ritrova proprio lui a giustiziarlo sparandogli un colpo in testa. All'inizio aveva ucciso il nemico, alla fine si trova ad uccidere l'amico. Nell'incrocio dei personaggi invece all'inizio c'è il perfido don Raffaele, alla fine trova Pedro, un anarchico spagnolo che istiga alla necessità di un uomo nuovo, «l'uomo del disordine», perché contro un mondo regolato dal totalitarismo, l'unica soluzione è il caos come forza di reazione. Terminata la guerra, ritorna a Napoli che non è più la città solare degli antefatti, ma una terra devastata. Come lui. La madre cerca di rincuorarlo: «Il passato è passato, non pensarci più a queste miserie! Tu sei vivo!». Pasqualino si osserva allo specchio, che non riflette più il volto di un guappo pavoneggiante ma quello di un uomo sconfitto, umiliato e ferito e borbotta perplesso: «Sì, sono vivo».