C’era una volta un gatto che aveva due nomi e sette vite. Lo chiamavano Boris, ma anche Schizzo: perché i gatti, si sa, hanno più padroni, più soprannomi e più segreti di quanti noi possiamo immaginare. Un mattino, mentre l’alba colorava il cielo, dal bosco arrivò un lupo grande e scuro come un’ombra. Venne fin dentro il giardino e, senza chiedere permesso, prese Boris tra i denti e fuggì via veloce. Gli uomini e i bambini urlarono, corsero, ma il lupo sparì con il gatto in bocca che non emise neppure un miagolio. Tutti pensarono: «È finita». E invece no. Passarono undici giorni.
Poi, una sera, quando la luna sembrava una fetta di pane bianco appoggiata sul cielo, alla porta di casa comparve un gatto spelacchiato, con un orecchio piegato e la coda quasi scomparsa. Aveva ferite e cicatrici, ma negli occhi brillava una scintilla di vittoria. Era proprio lui: Boris-Schizzo, tornato da un’avventura che nessuno avrebbe creduto possibile. Da quel giorno, i lupi non si videro più in paese. Qualcuno disse che avevano avuto paura del gatto con sette vite, qualcun altro che Boris aveva imparato a parlare la lingua segreta dei lupi e li aveva convinti ad andare altrove. Da quel giorno vissero tutti felici e contenti.






