Ma dove vai, patatone puzzone? Ammettilo: anche tu hai un cane o un gatto che si chiama in un modo all’anagrafe ma che a casa chiami con mille altri nomignoli. E la cosa più strana è che non ti sei nemmeno reso conto di quando sia successo. Un giorno era Leo, quello dopo era Puffolo, poi Leolino Puzzolino e adesso è “Sua panzitudine Re di Croccantinopoli”. La vera domanda è: perché lo facciamo? Perché, con naturalezza assoluta, trasformiamo nomi semplici in scioglilingua senza senso, che sembrano inventati da un bambino con un eccesso di zuccheri in circolo? E, ancora più importante: è normale? La risposta della scienza è assolutamente sì. E ci sono anche degli ottimi motivi.

I cani capiscono il linguaggio umano?

Non è pazzia, è affetto fonetico

“L’uso di soprannomi buffi, esagerati e infantili per gli animali domestici è una forma di gioco linguistico che esprime affetto profondo”, spiega la professoressa Cynthia Gordon, sociolinguista alla Georgetown University. “È come una carezza fatta di parole”. Uno studio pubblicato sul Journal of Linguistic Anthropology mostra che giochiamo con i suoni per rafforzare i legami, esattamente come facciamo con i bambini piccoli: parole sdolcinate, suoni ridicoli, vocine dolci. È il modo che abbiamo per dire “ti amo” quando “ti amo” sembra troppo poco.