L’agenda resta vuota. La dicotomia fra Mosca e Kiev è inconciliabile: organizzare un incontro tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky «è difficile come mescolare olio e aceto - ha detto ieri Donald Trump - non sono contento di niente di quella guerra». La Russia non ne vuole sapere di un bilaterale (in effetti, ad oggi, a che servirebbe senza un “accordo quadro”, ovvero un documento che definisca i parametri di un’intesa finale e che guidi i negoziati?) né di un cessate il fuoco (perché farlo visto che l’accelerazione dei combattimenti è un’arma nelle trattative?). Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha chiarito, in un’intervista all’Nbc, che «l’incontro non è pianificato. Putin è pronto a incontrare Zelensky quando sarà steso l’ordine del giorno del summit e questo ordine del giorno non è affatto pronto». Conditio sine qua non per sedersi a un tavolo sono la non adesione alla Nato da parte di Kiev e le questioni territoriali, «e Zelensky ha detto di no a tutti i punti proposti per un accordo», è la versione di Lavrov.

L’Ucraina - che ha scatenato un caso diplomatico bombardando per la terza volta l’oleodotto Druzhba in territorio russo, bloccando però le forniture di petrolio a Slovacchia e Ungheria - chiede nuove e severe sanzioni contro Mosca e punta a «ottenere garanzie di sicurezza come l’articolo 5 del trattato Nato», ha dichiarato ieri il leader di Kiev in conferenza stampa. Accanto a lui c’era il segretario generale della Nato, Mark Rutte, in visita a sorpresa nella capitale, con il quale, ha ribadito Zelensky, «abbiamo discusso quali potrebbero essere i nostri prossimi passi congiunti per garantire maggiore sicurezza all’Ucraina e all’Europa e avvicinarci alla fine della guerra».