Black Mirror è forse un documentario? Viviamo nell’epoca più imbecille di sempre? Anche voi spesso siete colti dal leggero sospetto che ci muoviamo all’interno di un idiot plot, ovvero una storia dove tutti i personaggi sono degli idioti? Per quanto mi riguarda a levare ogni dubbio ci ha pensato Tea Dating Advice. Tea Dating Advice è una app dove le donne recensiscono gli uomini con cui sono uscite. Una donna può scrivere che il tizio in questione è un molestatore, o uno che presenta gravissimi campanelli di allarme, oppure uno che a lei è sembrato tanto un brav’uomo, ma come fa a sapere se non ha la mamma mummificata in cantina? Ci sono anche altre funzioni: «la ricerca inversa delle immagini per individuare i profili falsi, la ricerca dei numeri di telefono per verificare eventuali matrimoni segreti e i controlli per scoprire eventuali precedenti penali».

La prima cosa da dire è che l’applicazione l’ha fondata un uomo: «Tea è nato da una missione profondamente personale: fornire alle donne gli strumenti necessari per frequentare qualcuno in modo sicuro in un mondo che spesso trascura la loro protezione». Quindi, l’idea di partenza è che le donne non sono in grado di uscire con un uomo. «Il fondatore Sean Cook ha lanciato Tea dopo aver assistito alla terrificante esperienza di sua madre con gli incontri online: è stata vittima di un catfishing, ma ha anche inconsapevolmente interagito con uomini che avevano precedenti penali» leggiamo sul sito, situazione che per il signor Cook avrebbe potuto risolvere con un paio di sedute dall’analista. Una ragazza sul profilo Instagram di Tea posta un video ironico e scrive: «Quando metti la sua foto nella ricerca immagini inversa di Tea e scopri che lui non è un neurochirurgo milionario come aveva detto su Hinge»: Poirot, è lei? Forse ha ragione Cook se pensiamo che donne con alle spalle venti stagioni di Grey’s anatomy non siano in grado di scoprire se uno è un neurochirurgo oppure no in cinque minuti. La frase che spiega di cosa stiamo parlando è «Tea è costruita sulla fiducia», che il 90% delle volte si traduce con «mi approfitterò della tua buona fede e della tua fragilità per fare soldi». Tea non è una onlus, è un’azienda che fattura sulla paura, una paura che contribuisce ad alimentare, perché è così che campano le aziende e l’attivismo. Ti fanno intendere di essere in un posto sicuro, privo di rischi perché pieno di informazioni e segnalazioni, e soprattutto veritiero perché basato sulla fiducia tra donne, evoluzione del «ti credo sorella» che infiniti lutti addusse alla società. In giro c’è poca dimestichezza con il concetto di narratore inaffidabile. Chi racconta una storia può essere un bugiardo, un mitomane, una persona in cerca di vendetta o di popolarità. Fino a qualche tempo fa su Instagram c’era un profilo dove venivano invitate le ragazze a denunciare – a loro, non alla polizia – i propri «abuser», c’era un archivio di nomi e cognomi e chissà che fine ha fatto e in che mani è finito, e il fatto stesso che abbiano usato la parola «abuser» e non una parola in italiano – molestatore, carnefice, aggressore, e mi fermo qui – racconta quanto quella fosse una performance autoreferenziale e non una specie di favore alle altre donne. Spero non serva spiegare quanto cose del genere, dalle recensioni ad accuse di presunte violenze, possano rovinare la vita delle persone, in tribunale e fuori.