Quando nel 1920 Karel Capek scrive R.U.R. (Rossum’s Universal Robots), difficilmente poteva immaginare che la sua pièce teatrale, concepita inizialmente come una parabola filosofico-politica, avrebbe avuto un impatto così dirompente sulla cultura mondiale. Eppure, quell’opera nata nel cuore dell’Europa centrale, in un periodo di profondi sconvolgimenti sociali e politici, non solo coniò la parola “robot”, ma contribuì a forgiare un immaginario che influenzò letteratura, cinema, filosofia e perfino il linguaggio quotidiano. Capek, giornalista, romanziere, drammaturgo e intellettuale ceco, scrisse R.U.R. con l’intento di esplorare le conseguenze della modernità, del progresso tecnico e dell’industrializzazione. Il termine “robot” non era neppure suo: lo suggerì il fratello Josef, pittore e scrittore, ispirandosi alla parola ceca “robota”, che significa “lavoro forzato”, “fatica”. Fin dall’inizio, quindi, il concetto era legato a una riflessione sul lavoro e sull’alienazione.

La trama è archetipica: in un’isola, l’industriale Domin guida la R.U.R., fabbrica che produce “robot”, esseri artificiali fatti di materia organica, costruiti per sostituire l’uomo nelle mansioni più faticose. In breve tempo, però, questi lavoratori perfetti e instancabili cominciano a ribellarsi ai loro padroni, fino a sterminare quasi tutta l’umanità. L’opera si chiude con una sorta di “nuova genesi”, quando due robot, Primus e Helena, lasciano intravedere un futuro diverso per il mondo.