Pubblichiamo di seguito uno scritto del presidente dell’Unione camere penali Francesco Petrelli rivolto ad alcune dichiarazioni pubblicate da Roberto Saviano sul Corriere nell'articolo dal titolo: «Il clan Moccia fuori dal carcere, uno scandalo ignorato. "Noi siamo la camorra che investe, quella pulita"». Subito dopo, ancora, riportiamo la risposta dello scrittore napoletano.

Di Francesco Petrelli

Dopo che alcuni imputati eccellenti erano stati scarcerati a causa della decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare, Roberto Saviano ha scritto sulle pagine del Corriere della Sera che «è uno scandalo che i boss stiano fuori dal carcere», aggiungendo che è altrettanto scandaloso «che in tre anni di processo non si sia arrivati a sentenza». Secondo Saviano, lo scandalo sarebbe dovuto alle non meglio identificate «falle di un sistema normativo confuso». Sebbene possa sembrare banale, è evidentemente necessario ricordare che tutti i sistemi liberali, propri dei paesi democratici, come quello in cui speriamo di vivere, prevedono alcuni fondamentali meccanismi di garanzia, come la prescrizione o la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare, necessaria ad evitare che i cittadini si vedano privati della libertà personale troppo a lungo in attesa di un accertamento definitivo della loro responsabilità. Ma occorre sottolineare che i termini scaduti, oggetto dello scandalo, non sono quelli, ben più brevi, di una singola fase processuale, bensì i termini massimi complessivi, che come hanno inconfutabilmente ricordato tanto la Corte Costituzionale che la Corte suprema di cassazione, non possono mai essere superati. Nulla di «confuso» sotto questo profilo. Si tratta, infatti, di un principio di garanzia (che i nostri vecchi codici inquisitori infatti non prevedevano) assolutamente irrinunciabile, salvo che non si intenda ripristinare un codice autoritario indifferente alla tutela della libertà individuale, contro i nostri stessi principi costituzionali. Ma, quanto al processo in corso, occorre ricordare che i tempi del dibattimento, che dura da quasi due anni, sono stati scanditi da cinquantadue udienze dedicate interamente all’esame dei testi del PM e, dunque, impegnate esclusivamente a dare spazio all’accusa. E tanto poco le difese hanno contribuito allo «scandalo», che hanno persino deciso di fornire il proprio consenso alla acquisizione dei numerosi interrogatori dei collaboratori di giustizia, rinunciando così al diritto di contro-esaminarli. Passaggi, questi, che sono evidentemente sfuggiti a chi ne ha scritto. Ma ancor più grave è il fatto che la responsabilità degli esiti di quel processo viene attribuita agli avvocati della difesa i quali, secondo Saviano, «spingono la linea della dissociazione» dei loro assistiti. Una scelta che viene stigmatizzata come «trappola semantica», in quanto dietro quella scelta abdicativa si sarebbe inteso perseguire la perpetuazione del dominio criminale del clan camorristico. Si tratta di una inaccettabile accusa rivolta nei confronti dei difensori che vengono additati quali complici dei presunti disegni criminali dei loro assistiti. Insomma, l’applicazione di un condiviso ed indiscutibile dispositivo normativo di garanzia diviene il pretesto per denigrare le garanzie liberali del nostro codice l’immagine pubblica di quei professionisti che sono chiamati a difenderle. Occorre che le regole del processo restino al riparo dalle elaborazioni sociologiche e dalle pretese ricostruzioni criminologiche, e che la loro rigorosa applicazione non venga opportunisticamente utilizzata in maniera scandalistica solo per affermare il proprio pensiero. Sbagliato e pericoloso è rappresentare il processo penale come un trastullo per abbienti e non come un condiviso dispositivo democratico posto a tutela delle libertà di tutti i cittadini. Quelle sono, infatti, garanzie delle quali usufruiscono, è bene ricordarlo, anche i cittadini più umili, estranei a qualunque organizzazione. Insomma, avventurarsi in tali incauti accostamenti ed in simili inaccettabili accuse significa aprire la strada ai peggiori detrattori del giusto processo e delle libertà democratiche.