Quest’anno occorre guardare con grande attenzione alla 46esima edizione del Meeting di Rimini. E non solo per la prima volta di Giorgia Meloni – che concluderà la kermesse – e perché ad aprire i lavori sarà Mario Draghi (che non mancherà di dire la sua sulla complessa situazione geopolitica determinata dall’entrata in scena di Donald Trump).

Non dimentichiamo, tra l’altro, che Meloni muove i primi passi in politica negli anni Novanta all’interno di un movimento giovanile di destra fortemente influenzato dal modello comunitario di Comunione e liberazione del decennio precedente. Se ci discostiamo un po’ dal fattore politico, tuttavia, va notato che questa edizione – dal titolo “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, un verso di Thomas S. Eliot – giunge dopo lo straordinario successo del Giubileo dei giovani che ha visto accorrere un milione di ragazzi e ragazze festanti (e non recriminanti) sotto le insegne millenarie del cattolicesimo.

La scelta di campo del resto il Meeting già l’ha fatta escludendo dagli invitati fin dallo scorso anno Giuseppe Conte e Elly Schlein. Il che vuol dire che sul piano valoriale ci si muove ancora e sempre nella dimensione di ridare un senso a un’esistenza non consegnata solo al piatto materialismo e ciò esclude i radicalismi di sinistra.