Ferito due volte. La prima, nei giorni scorsi, da una pioggia di pietre scagliate in piazza Umberto: «Hanno iniziato a lanciarci sassi perché avevano capito che di lì a poco sarebbe cominciata un’attività di controllo. Sono stato colpito io, ma avrebbe potuto essere chiunque dei miei colleghi». La seconda, dice, «nell’orgoglio. Sempre le stesse situazioni che si ripetono nel tempo. Siamo pochi. E spesso troppo soli». La benda sulla nuca per coprire la sutura e l’amarezza testimoniata da un agente di Polizia durante il sit-in dei sindacati Coisp-Mosap-Adp della Polizia di Stato.
Un presidio per denunciare le violenze di cui sono vittime le forze dell’ordine. Non è a caso che il teatro della protesta sia il piazzale antistante l’ingresso del Cpr di Bari. È proprio all’interno del Centro di permanenza per i rimpatri che nelle ultime settimane si sono susseguite le tensioni più gravi: incendi appiccati dalle persone trattenute, proteste sui tetti, minacce agli agenti, violenze improvvise, che hanno messo a rischio l’incolumità di chi lavora nella struttura. Con gli operatori chiamati a intervenire in situazioni ad alto rischio, spesso senza strumenti adeguati. E la consapevolezza che il giorno dopo — o anche poche ore dopo — potrebbero essere richiamati in servizio.






