di
Giuseppina Manin
A settembre arriva nelle sale il film del regista tedesco, fra conflitti famigliari e ironia
«Sterben», il titolo originale, non lascia scampo. In tedesco vuol dire morire. Di malattia, vecchiaia, incapacità di stare al mondo. Di questo parla il film di Matthias Glasner, spietato affresco di quasi tre ore sulla fine e i suoi misteri. Eppure, raramente una storia trabocca così di vita e passione, di musica e ironia. Giustamente quindi il film, premiato con l’Orso d’argento alla Berlinale 2024 anche per la straordinaria prova dei quattro protagonisti, uscirà nelle nostre sale l’11 settembre con titolo «Lo spartito della vita».
Sinfonia in quattro tempi di una famiglia che ormai non è più tale, due genitori anziani rimasti soli alle prese con un declino inesorabile, due figli lontani, Tom direttore d’orchestra, Ellen assistente in uno studio dentistico. Ciascuno con una vita troppo complicata per occuparsi di un padre e una madre con cui i rapporti sono minati da antiche incomprensioni. «Non provo nulla, non mi importa che sei malata, che stai morendo», la brutale confessione di Tom alla madre. Infelicità senza desideri, solitudine senza consolazione.







