Bruxelles ha guardato con molta attenzione al vertice di Washington tra Donald Trump, Volodymyr Zelensky e i leader europei. Quella del 18 agosto è stata una delle rare occasioni nelle quali l’Ue è stata coinvolta dalla nuova amministrazione americana nelle trattative di pace tra Russia e Ucraina. E per questo doveva essere ben sfruttata. L’ottimismo è però apparso ostentato e le distanze rimangono. Anche all’interno delle famiglie europee, come testimonia il pre-vertice online del Partito Popolare Europeo che si è tenuto alla vigilia del summit americano. A rappresentare il Ppe intorno al tavolo della Casa Bianca c’erano il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente finlandese, Alexander Stubb. I segnali sono stati di apparente unità, anche se le divisioni, secondo quanto raccolte da Ilfattoquotidiano.it, sono emerse nettamente nel corso dell’incontro convocato dal presidente del partito, Manfred Weber.

La principale famiglia europea è divisa in due parti abbastanza definite tra Paesi dell’Est e dell’Ovest dell’Europa, in una cortina di ferro immaginaria che ripercorre grossomodo i vecchi confini Nato-Patto di Varsavia. Da una parte ci sono la Polonia di Donald Tusk, sostenuta dai Paesi scandinavi e, soprattutto, dai Paesi Baltici, come l’Estonia della Lady Pesc, Kaja Kallas. Il loro approccio, non proprio in linea con quello emerso a Washington, parte da un assunto: di Putin non ci si può fidare, quindi non c’è altra scelta se non quella di continuare a mantenere alta la pressione sulla Russia e un approccio intransigente. Da quanto si apprende, i più attivi dello schieramento emerso durante l’incontro tra la presidenza del partito e i capi di Stato e di governo sono stati il primo ministro svedese, Ulf Kristersson, e l’omologo finlandese, Petteri Orpo. È uno il grande timore che accomuna i Paesi su queste posizioni: essere la prossima vittima dell’esercito russo.