La storia gioca a dadi con puntualità e precisione: mentre a Washington Donald Trump iniziava uno storico vertice sull’Ucraina con Volodymyr Zelensky e i leader europei, i terroristi di Hamas tentavano di giocare la carta dell’accettazione in extremis di una tregua e scambio di ostaggi per evitare l’invasione di Gaza decisa dal governo Netanyahu. Entrambi i dossier sono aperti, le guerre sono in corso (e va sottolineato che Hamas sta solo cercando di ritardare la sua fine) ma c’è un elemento chiaro di scenario: Trump è il “game changer”, l’elemento chiave di un cambiamento storico di cui gli Stati Uniti sono la mente e la forza motrice. L’opera è in fieri, la storia insegna che tutte le guerre finiscono, ma la pace non si realizza in un giorno, è una fatica immane e le delusioni saranno ancora tante, lo “stop and go” sarà la cronaca di ogni giorno ancora per mesi.

Il presidente americano in poco più di 200 giorni ha levato di mezzo il pilota automatico dall’agenda internazionale - che non produceva più nessun reale scatto in avanti per l’Occidente e lo esponeva all’avanzata della Cina e alle minacce dell’islamismo jihadista - e ha ingranato la marcia di “America First” i cui esiti hanno spiazzato e infilato in contropiede tutti i suoi critici con il paraocchi ideologico. Il risultato è netto, “Trump rules”, guida Trump, la sua leadership genera il caos necessario per smantellare lo status quo che non funziona e la sua azione finora appare efficace come non si vedeva dai tempi di Ronald Reagan: sui dazi ha chiuso accordi che ai sacerdoti dell’economia a tavolino sembravano impossibili, sulla Difesa ha rimesso in moto la Nato in stato di «morte cerebrale» (lo disse Emmanuel Macron, non un pericoloso sovranista), sulle crisi internazionali ha inanellato con successo una serie di negoziati che hanno fatto tacere le armi. L’Ucraina, insieme al Medio Oriente, è il passaggio più difficile, i dossier sono collegati e non a caso vengono affrontati in simultanea, il supporto a Israele fa parte di un disegno americano, l’idea prima di tutto di stabilizzare le rotte dell’energia, accompagnare la trasformazione politica ed economica delle petro-monarchie, costruire con i Paesi del Golfo un centro mondiale di innovazione per reggere la sfida con la Cina. È una partita a scacchi pericolosa, il percorso è lungo ma la Casa Bianca ha aperto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni internazionali e della diplomazia.