Quella del ritardo cronico nei rinnovi dei contratti collettivi è tra le critiche – talvolta fondate, talvolta rituali – più diffuse al sistema di relazioni industriali italiano. In realtà, la stagione di rinnovi del 2024 nel terziario (commercio, turismo, pubblici esercizi ma anche studi professionali e logistica) ha rimesso in carreggiata la gran parte dei contratti che interessano milioni di lavoratori, riducendo il rischio di un “vuoto contrattuale” diffuso. Vero è che nel discorso comune si citano spesso i dati Istat secondo i quali circa la metà dei lavoratori dipendenti sarebbe coperta da contratti scaduti. Ma si tratta di cifre da leggere con cautela, perché fortemente condizionate dal settore pubblico, dove il 100% dei contratti è in ritardo secondo il paradosso strutturale di accordi firmati per regolare un periodo già concluso.

Con ciò, naturalmente, non si può negare che il fenomeno esista. Va però inquadrato nelle dinamiche concrete delle relazioni sindacali, evitando generalizzazioni (il ritardo nelle telecomunicazioni, per esempio, ha una genesi diversa da quello nella grande industria metalmeccanica).

Quanto alle conseguenze, negli anni le relazioni sindacali hanno prodotto correttivi, seppur parziali. Sul piano normativo, non si crea mai un vuoto regolativo: le clausole di ultrattività, diffuse nei contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, e legittimate anche dai giudici, assicurano la prosecuzione degli effetti dell’accordo scaduto.