Non si può dire che la cosa sia caduta da cielo. Di avvisaglie ce n'erano da tempo. Eccome. Agli atti una proposta di legge della Lega. E poi le parole, abbastanza chiare, del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti.

Nel sua distribuzione “pizzicotti” in vista della manovra di Bilancio, il titolare dell'Economia aveva invitato le imprese a «fare la loro parte» sul rinnovo dei contratti di lavoro. Ricordando tra l'altro, che il governo nella sua veste di datore di lavoro sugli aumenti per i dipendenti pubblici ha recuperato, anche grazie al lavoro incessante di Paolo Zangrillo, «un arretrato pazzesco».

Così, in vista del consiglio dei ministri di domani che dovrà decidere cosa entra e cosa no nella manovra, nelle varie bozze che stanno circolando in queste ore, c'è una norma che sta procurando, per usare un eufemismo, qualche “apprensione” dalle parti di Viale dell'Astronomia, dove ha sede la Confindustria. Il governo ha deciso di mettere sul tavolo, per agevolare il rinnovo dei contratti di lavoro, 2 miliardi di euro. Non è poco di questi tempi.

Soldi pubblici destinati ai lavoratori. Funzionerà così: gli aumenti che saranno riconosciuti dai contratti firmati nel triennio 2026-2028, avranno una tassazione agevolata. Significa che un aumento lordo di 100 euro al mese, grazie all'aiuto pubblico, si trasformerà in un aumento netto di 90 euro. Niente male. Il punto però è come convincere gli imprenditori ad accelerare sulla stipula dei nuovi contratti di lavoro dati che loro non ci guadagnano niente. Anzi. E qui arriva quello che si potrebbe definire il “bastone”. Una sorta di reintroduzione, a quaranta anni dal decreto di San Valentino che l'aveva di fatto abolita, della scala mobile. O di qualcosa che le rassomiglia molto.