«Non sapevo di avere il divieto di avvicinarmi alla mia ex compagna» assicura il 37enne che, la mattina di Ferragosto, ha tentato di sfondare la porta di casa della donna. «Ma cosa dice? Aveva pure il braccialetto elettronico» replica la giudice. «Veramente no — la corregge a sorpresa l’avvocato difensore — Non c’erano braccialetti disponibili quando è uscito dal carcere». E non ne sono arrivati per altri tre mesi. Risultato, il 37enne ha potuto andare fino a casa della ex senza che scattasse nessun allarme: «Te la farò pagare» le ha urlato mentre cercava di entrare in casa. E chissà cosa sarebbe successo se una vicina non fosse intervenuta chiamando il 112: il pensiero va subito a Nabi Roua, la donna che lo scorso 23 settembre è stata uccisa a coltellate dal marito in via Cigna 66, nel quartiere Aurora, a Torino. In quel caso il braccialetto elettronico c’era ma non aveva funzionato: «È una vergogna che ci siano questi casi, significa che qualcosa non va nel sistema» si schiera senza mezzi termini l’avvocato Giordano Gramolelli. Ed è un’altra frase che sorprende, visto che lui è il legale dell’uomo sotto accusa.

È passato meno di un anno da un femminicidio che ha fatto molto discutere, eppure sabato mattina l’aula delle udienze di convalida ha “ospitato” una storia che poteva finire in modo molto simile. In un tribunale torinese quasi deserto si è ricostruito il comportamento di quell’albanese classe 1987, accusato di maltrattamenti alla compagna (italiana). Uno dei reati da “Codice rosso” che arrivano a valanga davanti ai giudici. Sono tanti, tantissimi: in provincia di Torino si parla di almeno 15 casi al giorno. Che hanno una corsia preferenziale per legge, proprio per la delicatezza e per la pericolosità.