Chi dice che la geopolitica non sia teatro, non ha visto l’incontro di ferragosto in Alaska tra Trump e Putin. La scena si apre con due aerei che atterrano come quinte mobili: preludio grandioso, da ouverture rossiniana. Poi il tappeto rosso e soprattutto le scalette: vere protagoniste, simboli non solo pratici ma teatrali. Perché quelle rampe ricordano immediatamente le scale su cui scendono le di venelle grandi opere: la Fedora di Giordano, la Violetta della Traviata, l’Anna Glavary della Vedova allegra. Solo che, stavolta, le primedonne non sono soprani ma capi di Stato.

Scende Putin, sorprendentemente agile, quasi con passo da ballerino e qui già si ribalta il primo cliché: i tanti che da tre anni lo danno per moribondo o per già sepolto, devono aggiornare la partitura. Putin è vivo, vegeto, e soprattutto scenicamente in piena forma. Trump lo aspetta e gli offre un gesto che lo avvicina più ad Adriana Lecouvreur che ai classici protocolli diplomatici: applaude Putin. Lo accoglie con le mani che battono, come si accoglie la diva che entra in palcoscenico cantando “Io son l’umile ancella”. È un duetto d'agnizione, Trump e Putin si ritrovano come Simon Boccanegra ritrova sua figlia: non una stretta di mano di circostanza, ma un applauso vero e proprio, da comprimario che riconosce alla star il ruolo di protagonista. Il pubblico (quello vero, fatto di giornalisti e telecamere) assiste e annota, assiepato come sulle panche di un loggione, ma non sempre riesce a farsi sentire.