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Ultimo aggiornamento: 7:50

I 65 anni dell’indipendenza di Cipro, che coincidono (il 20 settembre dello stesso anno) con l’adesione all’Onu, rappresentano una ricorrenza significativa, non solo per l’isola che diede i natali ad Afrodite, ma anche per tutti quei paesi che si affacciano sul mare nostrum e che stanno vedendo mutare alleanze e strategie.

Punto di partenza di tutti i ragionamenti che toccano Nicosia, membro dell’Ue, è senza dubbio il 20 luglio 1974, quando la Turchia invase l’isola in risposta ad un tentativo greco di colpo di stato. Da quel momento Ankara ha occupato abusivamente la parte settentrionale di Cipro, instaurando un governo autoproclamato, non riconosciuto dall’Onu né dalla comunità internazionale perché figlio di una invasione armata.

Un déjà vu, stando ai giorni nostri, che dimostra una volta di più come la diplomazia di Onu e Ue non abbia prodotto un solo risultato. Nelle mie visite a Cipro ho visto con i miei occhi cosa è stato fatto nei territori occupati, ovvero la Katekomena: tutti i luoghi di culto non musulmani, quindi maroniti, cristiani, ortodossi, ebraici, sono stati devastati dai carri armati turchi. Cimiteri rasi al suolo, chiese trasformate in stalle, resort o bordelli, nel silenzio generale. Ricordo perfino che un diplomatico italiano mi consigliò di andare al mare a farmi un bagno, piuttosto che scattare foto, fare domande, incontrare persone, intervenire a congressi e guardare con gli occhi del cronista cosa davvero era accaduto. Ma niente, il cronista attraversò il filo spinato e il valico al confine, con la carta di identità italiana bene in mostra accanto al tesserino da giornalista. E andò a vedere.