I precedenti storici sono di pessimo augurio, a poche ore dal summit in Alaska. A prescindere da tutte le peculiarità di questo vertice, e dei due personaggi che ne sono protagonisti, c’è una costante: sono più spesso i russi a uscire vincitori da questo tipo di incontri. Vladimir Putin poi vanta un record personale davvero inquietante: ha ingannato, manipolato, ridicolizzato ben quattro presidenti americani. Le chance che Trump stasera interrompa questa lunga serie di exploit sono, realisticamente, molto ridotte. Anche a prescindere dai suoi limiti personali.Ho ricordato pochi giorni fa i vertici più disastrosi della storia. A Yalta nel 1945 un Franklin Roosevelt malato non capì le trame di Josef Stalin che di lì a poco avrebbero imposto regimi oppressivi a mezza Europa. Nel 1960 un vertice Eisenhower-Kruscev saltò per l’incidente di un aereo spia americano intercettato sui cieli dell’Unione sovietica. Nel 1961 lo stesso Kruscev mise in gravi difficoltà John Kennedy che fece la figura di un novellino inesperto.La casistica è lunga ma voglio aggiungervi due casi più recenti e più rilevanti perché hanno come protagonista lo stesso Putin che tra poco andrà in scena ad Anchorage. Il 16 giugno 2001 dopo averlo incontrato ecco cosa dice di lui George W. Bush: «L’ho guardato negli occhi, l’ho trovato diretto e sincero. Ho percepito la sua anima». Lo stesso Bush Junior si distingue nel 2008 per la reazione blanda e inconsistente di fronte al primo atto bellico che segnala l’espansionismo russo sotto la leadership di Putin: la guerra in Georgia. Sottovalutazione e mollezza americana nel 2008 sono viste da Putin come un segnale – il primo di una lunga serie – che l’America lo lascia libero di aggredire impunemente i vicini, all’interno della sua «sfera d’influenza». Il secondo presidente che si ridicolizza è Barack Obama. 26 marzo 2012, a un vertice multilaterale in Corea del Sud, Obama incontra l’uomo di paglia di Putin, Dmitri Medvedev (che il suo capo ha fatto eleggere presidente per saltare un turno prima di ricandidarsi, mentre si è «retrocesso» a primo ministro mantenendo in realtà tutti i poteri). Credendo di avere il microfono spento Obama gli confida: «Dopo le elezioni avrò più flessibilità per negoziare con te». Il messaggio è chiaro: devo fingere per compiacere i miei elettori ma appena vinco un secondo mandato ti vengo incontro sulle tue richieste. Obama abbocca alla finzione di un Medvedev filo-occidentale, che va coccolato, senza capire che è solo un segna-posto per il vero leader. Di lì a poco Putin torna presidente, invade e annette la Crimea. Di nuovo: blande sanzioni da Obama, che Mosca interpreta come un via libera per future aggressioni. Lo stesso Obama a un altro vertice a San Pietroburgo (il G-20 del 2013) crede di poter trattare Putin e la sua Russia come una “potenza regionale”, errore di valutazione e gaffe che umiliano inutilmente lo Zar, lo incattiviscono senza indebolirlo. Anzi sarà Putin a sfruttare gli errori di Obama in Siria, la famosa «linea rossa» sulle armi chimiche minacciata e mai applicata contro Assad.I due summit più recenti li ho già ricordati, ambedue disastrosi: Trump-Putin a Helsinki 2017, con il leader russo che «spiega» la politica estera americana al suo interlocutore; Biden-Putin a Ginevra 2021, con l’americano già in stato confusionale. Di Biden, o per meglio dire della sua squadra di politica estera (visto che lui era un presidente «commissariato») va ricordato pure che l’intera gestione della guerra in Ucraina è stata segnata da ritardi, tentennamenti, contraddizioni. L’offerta iniziale a Zelensky di farlo scappare in esilio davanti alla prima avanzata russa. L’annuncio reiterato che mai e poi mai l’America o la Nato sarebbero entrate direttamente nel conflitto (legittimo, e al tempo stesso un semaforo verde per Putin). Le forniture di armi sempre inadeguate e accompagnate da pesanti limitazioni sul loro uso. Le sanzioni-colabrodo: bisognerà aspettare Trump perché l’America metta sul tavolo la minaccia di un super-dazio contro l’India del 50% se continua a comprare petrolio russo, una misura che l’Amministrazione Biden non aveva mai neppure preso in considerazione. I precedenti storici sono quindi sfavorevoli a un buon esito del summit di Anchorage. Le chance di Putin possono essere migliorate ulteriormente dal senso di eccessiva sicurezza di Trump, reduce da una serie di successi nel suo ruolo di negoziatore: gli accordi favorevoli sul commercio (dazi unilaterali senza ritorsioni) con Regno Unito, Unione europea, Giappone, Corea del Sud; gli armistizi o tregue tra India e Pakistan, Thailandia e Cambogia, Congo e Ruanda, Armenia e Azerbaijan. Questi ultimi hanno alimentato in Trump l’ambizione di un Nobel per la pace, e ingigantito l’autostima sulle sue capacità di negoziatore. Al di là dei limiti enormi di Trump, che a Helsinki otto anni fa si fece manipolare da Putin, resta il fatto che la serie storica di successi russi nei vertici va ben oltre le inadeguatezze di questo o quel leader americano. Come si spiega che «i russi siano più bravi»? L’asimmetria imporrebbe un’analisi approfondita dei due sistemi politici comparati. In estrema sintesi, un presidente americano è «distratto» da molte altre priorità, in genere la politica estera non figura in cima alle sue preoccupazioni (Yalta 1945 era un’eccezione, non la regola). Mentre un dittatore russo può allenarsi in maniera molto più esclusiva e focalizzata, il match con l’avversario può concentrare tutte le sue energie e attenzione. Nelle asimmetrie ci sta pure il fatto che nelle democrazie le divisioni interne regalano sempre un’ampia fetta di consensi al nemico esterno. Per esempio in questa fase mezza America «tifa» perché Trump esca con le ossa rotte dal vertice in Alaska, e lo dice apertamente: sui media, nella classe politica. Lo stesso era vero per Biden, Obama, Bush. In Russia se qualcuno si augura che perda Putin se lo tiene per sé. Nel lungo periodo i bilanci che contano sono altri. Nella gara sistemica fra le due superpotenze dal 1945 ad oggi il divario di ricchezza e benessere è tutto a favore degli Stati Uniti. Questo è rassicurante per molti aspetti: proprio perché nelle democrazie l’autocritica è permanente e il dissenso è incorporato, tendiamo ad essere pessimisti su noi stessi e a perdere di vista «the big picture», il quadro complessivo. Però questa superiorità sistemica tende anche a nutrire un eccesso di sicurezza: proprio quella consapevolezza di essere i primi della classe è il filo rosso che paradossalmente unisce le tante figuracce collezionate in questi ultimi anni da Bush, Obama, Trump, Biden.