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Ultimo aggiornamento: 13:47

Aveva 17 anni. Si è impiccato con i suoi jeans nella cella del centro di prima accoglienza annesso al carcere minorile di Treviso. Si chiamava Danilo Rihai e veniva dalla Tunisia. Era un minore straniero non accompagnato, di cui oggi sono pieni gli istituti penali per minorenni. Ragazzini per i quali mancano strutture di accoglienza e che si ritrovano a vivere per strada di piccoli espedienti.

Sono mesi e mesi che lo denunciamo: le carceri minorili fanno schifo. È la prima volta nella storia che sono sovraffollate come quelle degli adulti e si fatica a prestare ai giovani detenuti le attenzioni individualizzate che il percorso di un adolescente necessita. Il decreto Caivano del settembre 2023 ha fatto precipitare il sistema della giustizia minorile italiana, da modello che era considerato nell’intera Europa, al degrado più totale. Nelle nostre visite abbiamo trovato ragazzi chiusi in cella quasi l’intera giornata, in condizioni igieniche disgustose, imbottiti di psicofarmaci cosicché stessero zitti e buoni.

Danilo è morto in ospedale, dopo 48 ore di agonia. Il governo lo conteggerà tra le morti in carcere? No, perché così il Ministero della Giustizia sceglie di riportare i dati di questa drammatica conta: chi ha la fortuna di impiccarsi e morire immediatamente potrà comparire nell’elenco; chi invece fa l’errore di lasciare il tempo per essere trasportato in ospedale non risulterà nella lista dei morti in carcere. Come non fosse mai esistito. Come se il suo passaggio nelle nostre galere, e forse su questa Terra, non si fosse mai compiuto.