Nella discussione nata dalla uccisione di Cecilia De Astis si gioca una differenza fondamentale fra chi usa la categoria del buon senso e chi quella della ideologia. Fra chi parte dalla realtà e chi ne prescinde. Il primo punto è tornare a giudicare: essere capaci cioè di dare giudizi di valore sui comportamenti. L’atteggiamento di chi vive di espedienti, furti, illegalità, violazione dell’obbligo scolastico è sbagliato, va condannato e conseguentemente sanzionato. Senza se e senza ma. Non è colpa dello Stato, della società, di questo o quel governo o magari della destra «che esclude», come recita il mantra progressista: è colpa di chi si è comportato in quel modo. E innanzitutto quella condotta va stigmatizzata a livello sociale. Se si parte da questo presupposto, occorre poi saper tirare le conseguenze. Non si può consentire che persone o gruppi di persone, a qualunque etnia, nazionalità, cultura appartengano, pratichino in modo sistematico e organizzato comportamenti come accattonaggio, furto, rapina, sfruttamento dei minori, evasione dell’obbligo scolastico. Non si può tollerare che in Italia ci sia chi pensa di poter vivere in questo modo. La svolta è innanzitutto culturale: la consapevolezza che esistono comportamenti “buoni” e comportamenti “cattivi”, comportamenti accettabili socialmente e altri condannabili. E che la responsabilità è innanzitutto di chi li tiene, non di altri o di altro e che di quei comportamenti si deve rispondere. A chi educa i figli facendoli vivere nel degrado, nello sfruttamento, nella illegalità va tolta la potestà.