È morto a soli 39 anni Miguel Uribe Turbay, senatore colombiano e precandidato presidenziale, immolato sull’altare di una democrazia possibile: una democrazia che, in Colombia, sembra però soccombere costantemente alla violenza. Colpito in un attentato il 7 giugno scorso, mentre partecipava a un comizio a Bogotá, è rimasto in coma per oltre due mesi, fino a spegnersi l’11 agosto 2025 all’ospedale Fundación Santa Fe della capitale, a causa delle gravi ferite riportate: due dei colpi di arma da fuoco esplosi lo raggiunsero alla testa.
La sua figura, già carica di simbolismo, racconta molto della storia recente del Paese. Figlio della giornalista Diana Turbay, assassinata nel 1991 durante un’operazione di salvataggio dopo il suo sequestro da parte del cartello di Pablo Escobar, e nipote dell’ex presidente Julio César Turbay Ayala, Miguel era considerato una delle voci emergenti della destra tradizionale colombiana. Laureato in legge, con studi alla Harvard University, era stato consigliere comunale di Bogotá (2012–2015), segretario di Governo nella giunta di Enrique Peñalosa e, dal 2022, senatore con il maggior numero di voti della sua coalizione.
La politologa colombiana Karol Solis Menco ha sintetizzato così la tragedia: “Miguel rimase orfano da bambino, lascia un orfano ed è stato ucciso da un adolescente. Tre minorenni che non hanno saputo e non sapranno cosa significhi un’infanzia libera dalla violenza e dalla tragedia”. Una riflessione lapidaria che descrive un Paese incapace di confrontarsi con l’antagonismo delle idee senza scivolare in sanguinari regolamenti di conti. L’attentato contro Uribe Turbay, per il quale sono state arrestate sei persone, tra cui l’autore materiale, un ragazzo di 15 anni, è lo specchio di un Paese dove la violenza non è più notizia, ma tradizione, e dove il martirio politico sembra perpetuarsi come eredità amara, consegnando alla memoria collettiva una lunga scia di nomi, idee e speranze stroncate.














