L’ultimo reportage di Anas al Sharif è stato il suo testamento. Si dice che lo avesse scritto il 6 aprile. È stato pubblicato ieri sul suo profilo Instagram e su X, quasi nello stesso momento in cui il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichai Adraee, affermava che sì, il drone voleva colpire proprio lui e che no, non era un giornalista corrispondente di Al Jazeera a Gaza, ma un membro di Hamas. Anas al Sharif sapeva di essere nel mirino, sapeva che la scritta «Press» sul giubbotto blu non lo avrebbe protetto, che per l’Idf quella scritta equivaleva a «terrorista da abbattere». Poco importa che un mese fa la relatrice speciale dell’Onu sulla protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione Irene Khan, avesse giudicato le accuse di Israele «non fondate». Il drone ha colpito la tenda sistemata davanti all’ingresso principale dell’ospedale di Al-Shifa, dove Anas si trovava per una sorta di riunione di redazione: con lui c’erano il collega Mohammed Qreiqeh, i cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa. Tutti uccisi. Con loro anche il freelance palestinese Mohammed Al-Khaldi, rimasto gravemente ferito, che non ha mai ripreso conoscenza ed è morto qualche ora dopo.
Anas al Sharif, il cronista ucciso dall’Idf che raccontava l’orrore a Gaza. «Vi affido la Palestina»
L’ultimo reportage di Anas al Sharif è stato il suo testamento. Si dice che lo avesse scritto il 6 aprile. È stato pubblicato ieri sul suo profilo Instagram e su X, quasi nello...










