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Si scontrano due concezioni del mondo sotto le mura della città, come racconta Jean Giono
Ci sono battaglie che cambiano la storia del mondo. La battaglia di Pavia, 24 febbraio del 1525 - quest'anno si celebrano i cinquecento anni - è una di quelle. Si è nel pieno delle guerre d'Italia, per la precisione in quella "Guerra dei quattro anni", principiata nel 1521, che contrappone il re di Francia Francesco I e la Repubblica di Venezia ad una coalizione costituita dal Sacro Romano Impero di Carlo V, il Regno d'Inghilterra di Enrico VIII e lo Stato Pontificio. Di quello scontro Pavia è lo snodo fondamentale. E non si tratta meramente di politica, alleanze, frizioni personali tra il gottoso Carlo V, il sempre a caccia di sottane Francesco. Si scontrano due concezioni del mondo sotto le mura della città, come racconta Jean Giono nel da poco ripubblicato Il disastro di Pavia (Edizioni Settecolori), libro che è un piccolo capolavoro di sociologia e storia. L'esercito francese è venuto alla guerra come vanno alla guerra i grandi signori. Splendore di cavalleria al seguito di un sovrano che scende personalmente in campo come per una giostra. Gli spagnoli sono arrivati lì con una macchina di morte spezzettata in tercios irti di picche e moschetti, emanazione ordinata di ferocia ben pagata e ben poco donchisciottesca del denaro che il loro signore è in grado di reperire dai banchieri di mezza Europa. Rabbia picaresca a credito. E così nello scontro dei due mondi, la guerra per onore dei francesi soccombe in una litania di nobili impallinati e squartati, una strage lapalissiana che si chiude proprio con un colpo di moschetto nel petto di Monsieur Jacques II de Chabannes de La Palice. Anche Francesco I finirà prigioniero.






