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Al festival di Locarno ora in corso in Svizzera, è stato proiettato il film Mektoub, My Love: Canto due, che a dispetto del titolo è il terzo film della storia familiare iniziata nel 2017 con Mektoub, My Love: Canto uno. È una notizia perché è l’ultimo film di una saga poco nota al grande pubblico ma considerata tra le più importanti degli ultimi anni dalla critica, e molto travagliata. Il suo autore, il regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche, era diventato molto noto come vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2013 con La vita di Adele.

Mektoub, My Love: Canto uno (il titolo è uguale anche in originale) è infatti considerato da buona parte della comunità cinefila una delle opere d’arte più importanti e innovative degli anni Dieci. Al contempo però altri l’hanno criticato per aver adottato uno sguardo che oggettifica le donne, anche perché uscì negli anni in cui il cinema cominciava a rivedere i propri standard riguardo alla rappresentazione femminile. Ai tempi poi se ne parlò anche per i maltrattamenti e gli inganni denunciati dalle attrici, e per il sesso non simulato sul set. Tutto questo, unito ai sei anni di gestazione, hanno reso questo film uno dei grandi oggetti proibiti del desiderio cinefilo. Il festival di Locarno ha paragonato questa saga a Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust.