Sono passati otto anni dalla proiezione alla Mostra di Venezia di “Mektoub, My Love: Canto Uno”, bellissimo film in cui Abdellatif Kechiche – reduce ai tempi dalla Palma d’oro vinta a Cannes nel 2013 con “La vita di Adele” – raccontava un’estate a Sète (sud della Francia) nel 1994 e sceglieva come protagonista Amin, un giovane aspirante sceneggiatore e regista.

Otto anni che svaniscono in un soffio vedendo “Mektoub, My Love: Canto Due”, forse il film più atteso del concorso del Festival di Locarno di quest’anno, non solo perché il cast non è invecchiato (le riprese si erano svolte in continuità), ma perché il regista è capace di farci subito rituffare all’interno di quelle vicende, accompagnandoci a mangiare in spiaggia e a ballare con i suoi personaggi.

Quello che è cambiato è che nel film del 2017 si respiravano voglia di vivere, gioia, esuberanza e tante speranze pronte a realizzarsi sotto il sole dell’estate; ora invece la storia di Amin e dei suoi amici e famigliari si ammanta di tratti sempre più cupi, malinconici, come se l’unica possibilità di realizzarsi stia all’interno dello spazio del desiderio.

Non è un caso che tra i “due Canti” ci sia stato “Mektoub, My Love: Intermezzo”, presentato con una lunga scia di polemiche al Festival di Cannes del 2019, dovute ad accuse di sessismo e metodi brutali sul set, oltre a una lunga sequenza in un bagno che alzò un vero e proprio polverone.