Il 7 agosto è alle spalle, i dazi americani del 15% sono ormai scattati (per le merci già salpate che viaggiano via nave saranno effettivi dal 5 ottobre), ma per l'Europa il tempo delle trattative continua, mentre i Paesi del sud globale provano a fare fronte comune in risposta all'offensiva trumpiana. Nonostante la cauta fiducia ostentata a Bruxelles sui legami riallacciati e gli impegni reciproci presi, le turbolenze transatlantiche rimangono in agguato. La dichiarazione congiunta che mette nero su bianco i termini dell'intesa commerciale raggiunta a fine luglio in Scozia da Donald Trump e Ursula von der Leyen, dopotutto, ancora non c'è. E la ragione è presto detta: «La palla è nel campo degli americani», fanno notare dalla Commissione. In attesa di incassare il favore (e la firma) di Trump. Il testo, come ha ricordato più riprese l'esecutivo Ue, non è un documento vincolante, ma è una bussola per orientarsi nella navigazione tra le due sponde dell'oceano.

Bruxelles punta a definirlo «il prima possibile», ma guarda anche alla sostanza: l’attuazione dell’intesa politica è cominciata, con l’aliquota “tutto incluso” del 15% per la gran parte dell’export Ue. Adesso, però, dalla cornice, toccherà passare ai dettagli, ed è qui che si annidano le difficoltà. Il presidente-tycoon, paladino delle Big Tech a stelle e strisce, ha ad esempio evocato dazi «intorno al 100%» sull’importazione di microchip, ma a palazzo Berlaymont stoppano la polemica.