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Il 4 agosto si è riunito il Consiglio dei ministri che all’ordine del giorno aveva, tra l’altro, l’approvazione di un disegno di legge sul cosiddetto scudo penale per i medici, ovvero il restringimento della responsabilità penale per i medici a fatti molto gravi. È una misura di cui si discute da anni, soprattutto dopo la pandemia di Covid, e che le associazioni di categoria chiedono con insistenza: dal loro punto di vista sarebbe utile per limitare il ricorso eccessivo e talvolta strumentale a denunce e cause penali per presunti casi di “malasanità”, che oltre il 90 per cento delle volte si risolvono in niente.
Il governo però ha deciso di rinviare ogni decisione, forse a settembre o forse chissà. È stata la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni a volerlo, al termine di un’accesa discussione che, al di là delle questioni di merito, è stata notevole soprattutto per un aspetto politico, notato non a caso da vari ministri: è stata la prima occasione in cui Meloni ha avuto, in una situazione non riservata, un confronto duro con Francesco Lollobrigida, responsabile dell’Agricoltura ed ex compagno della sorella di Meloni, Arianna.
Lollobrigida è intervenuto a difendere la bozza di disegno di legge predisposta dal ministro della Salute Orazio Schillaci: prevedeva di escludere dai casi penalmente perseguibili tutti quelli che non riguardavano una fattispecie di colpa grave o nei quali i medici avessero seguito i protocolli sanitari ordinari e le linee guida previste. Altri ministri, però, hanno obiettato che questo intervento potesse essere percepito dai cittadini come la concessione di una sorta di immunità a una categoria considerata comunque privilegiata, e che dunque potesse essere elettoralmente poco conveniente approvarlo: è stata la tesi sostenuta, in particolare, da Luca Ciriani e da Elvira Calderone.







